Poeti Italiani

Eugenio Montale 1896 - 1981


L'anima che dispensa

L'anima che dispensa
furlana e rigodone ad ogni nuova
stagione della strada, s'alimenta
della chiusa passione, la ritrova
a ogni angolo più intensa.

La tua voce è quest'anima diffusa.
Su fili, su ali, al vento, a caso, col
favore della musa o d'un ordegno
ritorna lieta o triste. Parlo d'altro,
ad altri che t'ignora e il suo disegno
è là che insiste do re la sol sol...




Biografia 

Anni giovanili

Eugenio Montale nacque a Genova, in un palazzo dell'attuale corso Dogali, nella zona soprastante Principe, il 12 ottobre 1896, ultimo dei cinque figli di Domenico Montale e Giuseppina Ricci, esponenti della media borghesia genovese. Il padre era comproprietario di una ditta di prodotti chimici, la società G. G. Montale & C., tra l'altro fornitrice di Veneziani S.p.A., azienda presso cui era impiegato Italo Svevo[1][2].

Formazione 

Inizia gli studi all'istituto "Vittorino Da Feltre" di Via Maragliano gestito dai Barnabiti (rettore è padre Rodolfo Trabattoni, vice rettore padre Giovanni Semeria). Il 21 maggio riceve la cresima. Sebbene per lui vengano preferiti, a causa della sua salute precaria, i più brevi studi tecnici in luogo di quelli classici e venga dunque iscritto nel 1915 all'istituto tecnico commerciale "Vittorio Emanuele", dove si diplomerà in ragioneria, il giovane Montale ha la possibilità di coltivare i propri interessi prevalentemente letterari, frequentando le biblioteche cittadine e assistendo alle lezioni private di filosofia della sorella Marianna, iscritta a Lettere e Filosofia.
La sua formazione è dunque quella tipica dell'autodidatta, che scopre interessi e vocazione attraverso un percorso libero da condizionamenti. Letteratura (DantePetrarcaBoccaccio e Gabriele D'Annunzio su tutti, autori che lo stesso Montale affermerà di avere "attraversato") e lingue straniere sono il terreno in cui getta le prime radici la sua formazione e il suo immaginario, assieme al panorama, ancora intatto, della Riviera ligure di levanteMonterosso al Mare e leCinque Terre, dove la famiglia trascorre le vacanze.
«Scabri ed essenziali», come egli definì la sua stessa terra, gli anni della giovinezza delimitano in Montale una visione del mondo in cui prevalgono i sentimenti privati e l'osservazione profonda e minuziosa delle poche cose che lo circondano – la natura mediterranea e le donne della famiglia. Ma quel "piccolo mondo" è sorretto intellettualmente da una vena linguistica nutrita di queste lunghe letture, finalizzate soprattutto al piacere della conoscenza e della scoperta.
In questo periodo di formazione Montale coltiva inoltre la passione per il canto, studiando dal 1915 al 1923 con l'ex baritono Ernesto Sivori, esperienza che lascia in lui un vivo interesse per la musica, anche se non si esibirà mai in pubblico. Riceverà comunque già nel 1942 dediche da Tommaso Landolfi, fondatore con altri della rivista Letteratura.

Grande Guerra e avvento del Fascismo 

Entrato all'Accademia militare di Parma, fa richiesta di essere inviato al fronte, e dopo una breve esperienza bellica (rimase al fronte all'incirca dal gennaio al novembre del '18) in Vallarsa e Val Pusteria, viene congedato nel 1920.
Negli anni tra il '19 e il '23, conosce a Monterosso Anna degli Uberti (1904-1959), protagonista femminile in un insieme di poesie montaliane, trasversali nelle varie opere, note come "ciclo di Arletta" (chiamata anche Annetta o capinera).
Nel 
1924 conosce la giovane di origine peruviana Paola Nicoli, anch'ella presente negli Ossi di seppia e ne Le occasioni.
È il momento dell'affermazione del fascismo, dal quale Montale prende subito le distanze sottoscrivendo nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Montale vive questo periodo nella "reclusione" della provincia ligure, che gli ispira una visione profondamente negativa della vita.

Soggiorno a Firenze 

Montale giunge a Firenze nel 1927 per il lavoro di redattore ottenuto presso l'editore Bemporad. Nel capoluogo toscano gli anni precedenti erano stati decisivi per la nascita della poesia italiana moderna, soprattutto grazie alle aperture della cultura fiorentina nei confronti di tutto ciò che accadeva in Europa: le Edizioni de La Voce; i Canti orfici di Dino Campana (1914); le prime liriche di Ungaretti per Lacerba; e l'accoglienza di poeti come Vincenzo Cardarelli e Umberto Saba.
Montale dopo l'edizione degli Ossi del 1925, nel 1929 è chiamato a dirigere il Gabinetto scientifico letterario G. P. Vieusseux (ne sarà espulso nel 1938 per la mancata iscrizione al partito fascista); nel frattempo collabora alla rivista Solaria, frequenta i ritrovi letterari del caffè Le Giubbe Rosse conoscendovi Carlo Emilio Gadda e Elio Vittorini, e scrive per quasi tutte le nuove riviste letterarie che nascono e muoiono in quegli anni di ricerca poetica. In questo contesto prova anche l'arte pittorica imparando dal Maestro Elio Romano l'impasto dei colori e l'uso dei pennelli. Nel '29 è ospite nella casa di Drusilla Tanzi(che aveva conosciuto nel '27) e del marito, lo storico d'arte Matteo Marangoni,[3] casa dove due anni prima gli avevano presentato anche Gerti Frankl.
La vita a Firenze però si trascina per il poeta tra incertezze economiche e complicati rapporti sentimentali; legge molto Dante e Svevo, e i classici americani. Fino al 1948, l'anno del trasferimento a Milano, egli pubblica Le occasioni e le prime liriche di quelle che formeranno La bufera e altro (che uscirà nel 1956). Nel 1943 pubblica a Lugano la raccolta di poesie Finisterre grazie all'interessamento dell'avvocato e poeta dialettale Pino Bernasconi, e del critico letterario Gianfranco Contini, assieme alla raccolta Ultime cose di Umberto Saba, dato che in Italia vi era censura della dittatura fascista[4]. Montale, che non si era iscritto al Partito fascista e dopo il delitto Matteotti era stato firmatario del manifesto crociano, prova subito dopo la guerra ad iscriversi al Partito d'azione, ma ne esce pochissimo tempo dopo.

Soggiorno a Milano 

L'ultima tappa del viaggio di Montale nel mondo è Milano (dal 1948 alla morte). Diventa collaboratore del Corriere della sera e critico musicale al "Corriere d'informazione". Scrive inoltre reportage culturali da vari paesi (fra cui il Medio Oriente, visitato in occasione del pellegrinaggio di Papa Paolo VI in Palestina). Scrive altresì di letteratura anglo-americana per la terza pagina, avvalendosi anche della collaborazione dell'amico americano Henry Furst, il quale gli invia molti articoli su autori e argomenti richiesti dallo stesso Montale.[5]. Nel 1962 sposa Drusilla Tanzi (di dieci anni più anziana di lui) con rito religioso a Montereggi, presso Fiesole (Marangoni era morto nel 1958).
Nel 1956, oltre a La bufera era uscita anche la raccolta di prose Farfalla di Dinard. Per tornare al "viaggiare" , l'antologia dei suoi reportage porta il titolo di Fuori di casa (1969). Ma il mondo di Montale è in particolare la "trasognata solitudine", come la definisce Angelo Marchese, del suo appartamento milanese di via Bigli (dove sarà ancora amorevolmente assistito, alla morte di Drusilla, da Gina Tiossi).

Ultimi anni 

Le ultime raccolte di versi, Xenia ('66, dedicata alla moglie Drusilla Tanzi, morta nel 1963), Satura ('71) e Diario del '71 e del '72 ('73), testimoniano in modo definitivo il distacco del poeta - ironico e mai amaro - dalla Vita con la maiuscola: «pensai presto, e ancora penso, che l'arte sia la forma di vita di chi veramente non vive: un compenso o un surrogato» (Montale, Intenzioni. Intervista immaginaria, Milano '76). Sempre nel '66 Montale pubblicò i saggi Auto da fé, una lucida riflessione sulle trasformazioni culturali in corso.
Anche se poeta trasognato e "dimesso", è anche stato oggetto di riconoscimenti ufficiali: lauree ad honorem (Milano '61, Cambridge '67, Roma '74), nomina a senatore a vita nel '67 per i meriti in campo letterario, e premio Nobel nel '75. Nel pieno del dibattito civile sulla necessità dell'impegno politico degli intellettuali, Montale continuò ad essere un poeta molto letto in Italia. Nel 1976 scrisse il commiato funebre al suo collega defunto, il salernitano Alfonso Gatto.
Eugenio Montale muore a Milano la sera del 12 settembre 1981, un mese prima di compiere 85 anni, nella clinica San Pio X, dove si trovava ricoverato per problemi derivati da una vasculopatia cerebrale. Viene sepolto nel cimitero accanto alla chiesa di San Felice a Ema, sobborgo nella periferia sud di Firenze, accanto alla moglie Drusilla.
Le opere [modifica]
Le raccolte di versi contengono la storia della sua poesia: Ossi di seppia (1925); Le occasioni (1939); Finisterre (1943); Quaderno di traduzioni (1948); La bufera e altro (1956); Farfalla di Dinard (1956); Xenia(1966); Auto da fè (1966); Fuori di casa (1969); Satura (1971); Diario del '71 e del '72 (1973); Sulla poesia (1976); Quaderno di quattro anni (1977); Altri versi (1980); Diario Postumo (1996; su quest'ultima opera è stato manifestato il dubbio di non autenticità da parte di alcuni studiosi).




Zelmo Abardo 1922




El barbon

Per lett, ona banchetta
e per lenzoeu on giornal;
per tecc el ciel stellaa;
quand pioeuv, on pont, on portigh;
quand fiocca e quand fa frecc
fan quatter toll  de ca'
a pos d'on ortisell,
lontan da la cittaa.

Filosof a so moeud,
el sfida el mond inter.
Mai donn, nè mai danee;
el viv com'el voeur lu,
felis com'el fudess
on omm de milla ann fa...

Traduzione letterale


Il barbone

Per letto, una panchina
e per lenzuolo un giornale;
per tetto il cielo stellato;
quando piove, un ponte, un portico;
quando nevica e quando fa freddo
quattro lamiere fungono da casa
dietro a un orticello,
lontano dalla città.

Filosofo a suo modo,
sfida il mondo intero.
Mai donne, né mai soldi;
vive come vuole lui,
felice come se fosse
un uomo di mille anni fa...



Zelmo Abardo maggiormente conosciuto con lo pseudonimo di El Ratìn (Milano1922) è un giornalista e poeta italiano. Nato a Milano nel 1922, è stato giornalista in molte riviste milanesi. Ha diffuso la cultura milanese dialettale della cosiddetta Vecchia Milano.
Scrive, da sempre, poesie in dialetto milanese, fra cui la famosissima El Ratìn (Il Topolino), che gli è giovata il suo pseudonimoEl Ratìn era il meccanismo semovente che accendeva tutte la lampade a gas della Galleria Vittorio Emanuele II passandovi accanto con una fiammella accesa, e Zelmo Abardo ne ha tratto spunto per una delle sue più belle poesie.

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